No panic

Se mi dovessero chiedere quale caratteristica mi contraddistingue di più, risponderei senza esitare che mi piace condividere. Tutto: emozioni, gioie, dolori, soldi e tempo. E ‘mi piace’ non è proprio il termine giusto, in realtà ne ho proprio bisogno. Per questo dopo essere finita per la prima volta al pronto soccorso per un attacco di panico, la mattina dopo mi sono attaccata al telefono e ho iniziato a raccontarlo agli amici più cari. Alcuni dei quali, sottovoce, mi hanno risposto che anche a loro era capitata in passato la stessa terribile esperienza. E io mi sono davvero molto trattenuta per non arrabbiarmi, perché se qualcuno, chiunque, prima di quel giorno mi avesse spiegato cosa erano gli attacchi di panico, non dico che le cose sarebbero andate diversamente, ma almeno al pronto soccorso avrei fatto una figura più dignitosa. Da allora, da quel giorno, ho passato tre anni di cui non parlo mai. Tre anni di terrore, chiusa in casa. E non riuscivo a farmene una ragione, io che in sei mesi ero appena stata capace di dare sette esami all università, l’esame all’Ordine e la Tesi, io che non mi fermavo mai, non riuscivo più neanche ad arrivare all’edicola per comprare il giornale. Ero tranquilla solo se avevo un ospedale vicino e so cosa vuol dire aprire gli occhi, la mattina, e desiderare che sia già sera. Poi, dopo due psichiatri uomini e tutti gli ansiolitici esistenti al mondo ho conosciuto, per caso una psicologa donna. Che come prima cosa non mi ha chiesto se ero nata da parto naturale o cesareo, ma mi ha detto: Silvia tu devi imparare a respirare. E non parlo di tecniche di respirazione, ma proprio di respiro naturale, perché, a quanto pare, andavo troppo veloce anche su quello. E con il giusto respiro ho imparato anche a vivere meglio. A vivere, per prima cosa. E se oggi riesco a scherzare su ansia e panico e a gestirli, ancora soffro tantissimo nel vedere la diffidenza negli occhi di chi non li conosce, e la vergogna in quelli di chi ne soffre. E invece, mi sento di dire che è proprio parlandone e condividendo esperienze e pensieri che si impara a stare di nuovo bene. Non sottovalutate i segnali del vostro corpo ma non nascondeteli nemmeno. Perché vi meraviglierete nello scoprire in quanti sanno perfettamente come vi sentite in quei momenti. Questo post è dedicato ad un’amica.

La verità

Nei primi anni dei nani, tra mamme, e’ tutta una gara a come eseguire al meglio ciò che serve per tenerli in vita. E, attenzione, non intendo una competizione, ma proprio una gara nella quale, unite come in una staffetta, ci si aiuta a vicenda nel raggiungere il traguardo, che poi altro non è se non trovare la soluzione migliore a tutto. Si comincia con pun susseguirsi di studi e consigli su svezzamenti biologici e vaccini separati, di guerre ai parabeni e all’olio di palma, di giochi in materiali atossici studiati in Francia da pedagoghi e psicologi. Si trovano insieme le forze per fargli accettare il nido, le tate, le assenze e le urla. Ogni risorsa e’ per loro, sempre. Poi, all’improvviso, compiono quattro anni. E mangiano ringo e patatine fritte buttandosi di testa da uno scivolo con qualche scarafaggio in mano. E a noi, va bene così. Perché, la verità, e’ che abbiamo finalmente capito come funziona.

A te

Mia mamma ha due palle così. Per farvi capire: lei fa le iniezioni. Io credo che il mondo si divida in due gruppi. Chi fa le iniezioni e chi sviene solo al pensiero della siringa. Io, neanche a dirlo, faccio parte del secondo gruppo. Lei invece le fa. E anche bene. E divora i libri. Praticamente ormai in casa sua ce ne saranno migliaia. Soprattutto i gialli, adora quelli. Poi, quando li finisce, te li porta e mentre ti consiglia di leggerli ti svela il finale. (Da quando ho 11 anni, quindi, leggo tutto tranne quelli) Lei probabilmente cambierebbe anche le ruote della macchina da sola. Ci ha portati in vacanza da sola mille volte. È bellissima senza sapere di esserlo. Da giovane direi proprio figa ma niente, lei guarda le foto e non se ne rende conto. Non l’ho mai vista crollare, in nessuna situazione. È una roccia. E le migliori risate della mia vita, le ho fatte con lei. (Intendo quelle che proprio piangi e non riesci a smettere). La cosa bella, la più bella, quella per la quale non smetterò mai di ringraziarla, e’ che ad ogni bivio mi ha sempre detto: se va male non importa, non preoccuparti. E sono sicura che è anche per questo motivo che, fino ad ora, mi e’ sempre andata bene. E, mamma, volevo dirti che Cronache Bianche l’ho dedicato a te.

Arlo

Avete presente l’ultimo film della Disney, Arlo? Quello sui dinosauri che non si sono estinti? Ecco io no, non l’ho visto. Però hanno regalato il libro a Natale a mio figlio, che ieri sera per la prima volta mi ha chiesto di leggerglielo. Ora, senza esagerare, sono rimasta sveglia angosciata fino all’una di notte.  Indecisa se buttare il libro o scrivere alla Disney. Spero davvero che il film sia profondamente diverso, ma non credo che avrò mai il coraggio di vederlo. Per farvi un’idea, a pagina 3 muore il papà di Arlo cadendo in un fiume. E fin qui niente di strano, nei classici Disney muore sempre qualcuno, e per fortuna quasi sempre e’ il padre. In questo libro però, a pagina 5, anche Arlo cade nel fiume e sbatte la testa, così da perdersi ovviamente lontanissimo da casa. Da pagina 6 in poi, fino ad arrivare a 100, ne succede sempre una o al povero Arlo o al suo amico, il bambino Spot. In totale lui cade due volte in un fiume e una in un lago. Si perde due volte, lo mordono in due, prova a difendere Spot dagli Pterodattili che non una, ma ben due volte provano a mangiarselo. La seconda lo rapiscono e ovviamente inizia a piovere, piove praticamente in tutto il libro tranne in una pagina in cui nevica. Alla fine proprio a pagina 99 sembra che per una volta anche Arlo abbia la sua botta di culo, ma no, il ritorno a casa e’ rovinato dal saluto con Spot, che trova una famiglia e non è che può dire ‘arrivederci a presto’, nooooo, qui il saluto deve per forza essere ‘addio per sempre a mai più’. Insomma io capisco che bisogna preparare i bambini fin da piccoli alla vita vera, ma quella di Arlo non è la vita vera, e’ la vita della caricatura di un povero iellato al quale hanno fatto una fattura che neanche l’esorcista può far niente… Mi dispiace ma non condivido.

L’alba

Avete presente Key West, l’isoletta meravigliosa collegata alla Florida da una strada costruita in mezzo al mare? Bene io ci sono stata, quando avevo 18 anni. La scusa paracula fu di una vacanza studio in un’università di Miami, per imparare bene l’inglese. In realtà in quel mese mi divertii tantissimo e studiai molto poco. Ma l’inglese lo imparai lo stesso. Insomma un sabato mattina io e Francesca e due fratelli di Milano (Kim e Anton) e un amico francese nascosto nel portabagagli (perché la macchina era omologata per quattro), partimmo alla volta di questo posto magnifico. (Che poi per l’euforia di essere arrivati ci siamo scordati l’amico nel portabagagli per una buona mezz’ora). Ora successe questo. Dopo aver preso alcolici e cibo decidemmo di passare la notte sulla spiaggia dello Sheraton,viste le stanze impraticabili del Bed and Breakfast che avevamo prenotato. Verso le cinque di mattina crollarono tutti. Ma io, con il cielo che iniziava piano piano a schiarirsi, decisi che l’alba sulla spiaggia dello Sheraton di Key West non l’avrei più rivista. E quindi ci misi tutte le energie possibili e rimasi sveglia. Il cielo da nero diventava piano piano blu chiaro e il mio sguardo era fisso all’orizzonte sul mare. I piedi infilati sotto la sabbia e le braccia intorno alle ginocchia. Insomma la luce diventava sempre più forte, ma il sole non si vedeva. Quando oramai l’evidenza del giorno pieno era innegabile, ebbi l’intuizione di girare la testa a sinistra. Il sole era già alto. Ed era sorto a sinistra, dietro le barche che lo coprivano. Ecco questa sensazione di aver perso l’attimo per sempre solo per una distrazione, pur stando nel posto giusto al momento giusto, mi ha perseguitata per tutta la vita. Ed è proprio per questo che, quando sto invece facendo la cosa giusta, lo capisco all’istante.

Il primo giorno di lavoro

Il primo giorno di lavoro, si sa, crea sempre un pochino di agitazione. Non a caso sono partita da casa con una bustina (nascosta nella borsa gigante) piena di Oki e Fiori di Bach, convinta che la tensione e sei ore in piedi mi avrebbero stroncata nel fior fiore degli anni. E invece… Invece ho trovato subito il parcheggio dipendenti, l’adrenalina del duty free più bello del mondo mi ha dato la carica e parlare in inglese per sei ore mi ha distratta da tutte le catastrofi immaginate nel corso della notte. Certo qualche inconveniente è successo. Ma cose di piccolo conto. Cioè niente che vale proprio la pena segnalare. Giusto forse quando nel tentativo di strappare lo scontrino dal Pos della cassa ho tirato nel verso sbagliato e si è aperta tutta la macchinetta. O che in un attimo di caos ho detto a una cliente credo giapponese che la Nestlè era italiana, (poi però l’ho rincorsa e mi sono scusata, tanto la scatola gigante di cioccolatini alla menta l’ha presa lo stesso). E poi ecco ho convinto un signore a comprare una crema mani al gusto mango e mi sono venuti dei sensi di colpa enormi, ma insomma, tutto sommato è andata bene. Anzi benissimo. Nonostante una mia amica carissima abbia chiamato la sorella che lavora anche lei in aeroporto e le abbia detto, pensando di non essere sentita: “Se suona un allarme perchè si è aperta una porta di sicurezza, corri subito che di sicuro si tratta di Silvia…”.

Gli amici maschi

Gli amici maschi, quelli veri, sono un patrimonio dell’umanità da trattare con molta cura. Perché solo loro, a volte possono sciogliere nodi intricatissimi. Provate a raccontare un problema d’amore ad un’amica. A prescindere dalla situazione, tra donne partiamo sempre dal presupposto che ci sia qualcosa da analizzare. Perché avendo noi una stima incredibile del cervello maschile, non possiamo proprio rassegnarci, spesso e volentieri, all’evidenza delle cose. Tra amiche troviamo soluzioni, escogitiamo tattiche e strategie. Ci diamo, insomma, consigli molto costruttivi ma non sempre pertinenti. Con l’amico maschio la soluzione quasi sempre arriva in pochi minuti e con una schiettezza incredibile. Non ti ha chiamata? Non gliene frega niente. Non ti vuole più vedere? Non gliene frega niente. Preferisce gli amici a te? Non gliene frega niente. Ecco nove volte su dieci il vostro problema di cuore, con l’amico maschio, si risolve con un ‘non gliene frega niente’ che poi nove volte su dieci e’ anche vero. Però poi lui, l’amico maschio, invece di offrirti una vaschetta di gelato al cioccolato, che oltre a non consolare molto ti fa anche ingrassare, ti trascina fuori, e al secondo cocktail la situazione ti apparirà sicuramente molto più rosa.